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Liberi dal male. Il virus e l'infezione della democrazia

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Liberi dal male. Il virus e l'infezione della democrazia

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La modernità ci ha abituato a guardare alla morte come a un evento insensato, incongruo. Invece un agente patogeno sconosciuto ci ha costretto a fare ogni giorno proprio il calcolo più elementare, il saldo tra chi vive e chi muore. Abbiamo cercato la vera natura della calamità nella statistica, convinti che nei grafici si nascondesse il segreto della sventura, mentre ogni diagramma, ogni calcolo, è doppio, parla di lui e di noi, e il saldo è la quantità della nostra paura quotidiana. Per scampare al male ci siamo nascosti, mettendoci al riparo, abbandonando le relazioni sociali per imprigionarci tra le mura di casa. Il virus ha attaccato poco per volta non solo il nostro organismo individuale, ma anche l'organismo sociale, la nostra libertà. Ciò che abbiamo fatto è stato cedere quote di libertà in cambio di quote di sicurezza. Ma se abbiamo potuto restare a casa, con le porte chiuse, aspettando che la minaccia si riducesse è perché qualche milione di persone è invece uscito di casa ogni mattina e ha preso il suo posto in ospedale, davanti alla cassa di un supermercato, in fabbrica, nel camion che trasporta le merci, nei magazzini delle farmacie. È il lavoro degli altri, di cui eravamo abituati a servirci come se fosse una risorsa naturale, a nostra perenne disposizione, e invece è diventato il vero punto di difesa, di resistenza, di contrasto al male. Così è venuto alla luce l'ultimo decisivo conflitto della modernità, quello tra lavoro e salute, che già pesava sulle fabbriche da tempo, dalla Thyssen all'Ilva, e che sfuggiva solo a chi non voleva vederlo. E se nella pandemia siamo entrati tutti uguali, rischiamo di uscirne diversi. Per questo è arrivato il momento di domandarsi se dalla crisi saremo in grado di tirare fuori "un nuovo modello di sviluppo, una relazione diversa tra capitale e lavoro, e per forza di cose una reinvenzione della democrazia".

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